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In alcuni paesi l’ulivo, il simbolo della nostra terra, viene chiamato “lo stabile” per la sua durata secolare e per la ricchezza che viene dalla sua coltivazione.
Altrettanto può dirsi di un libro, per le sue caratteristiche di durare nel tempo e di garantire un investimento sicuro per la formazione di una persona.
Leggere un libro, allora è come mettere a dimora un piccolo ulivo nel campo della nostra esistenza cui sovrintendono il cuore e la mente.
Ben coltivato, esso crescerà e darà frutti e benessere, materiali come spirituali.
Scrivere poi significa creare per i lettori e per le mille persone per le cui mani passerà il nostro testo, uno strumento di conoscenza, di compagnia, di memoria.

Quel libro, inizialmente osservato con svagata curiosità, passerà poi nelle mani di più accorti lettori; sarà letto, commentato, dato ad amici e parenti lontani, ma anche ritagliato, copiato, sgualcito; servirà forse anche da supporto per qualche mobile traballante, o da gioco per qualche bimbo che ne strapperà le pagine, facendo gridolini sul sediolone.
Dimenticato, giacerà in uno scaffale di libreria, sinché qualcuno lo riprenderà tra venti, trent’anni o forse più.
E sarà un ragazzo, che oggi vi ha annotato qualcosa con la leggerezza dei suoi dodici anni e rileggerà se stesso domani, quando una spruzzata di sale gli avrà imbiancato i capelli e gli avrà fatto capire qualcosa, ma solo qualcosa, di quella materia che a scuola si chiamava storia e che con nostalgia adesso chiamerà memoria.
(R. Mascolo)


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