La 57ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali, dal significativo tema Parlare con il cuore si collega idealmente a quelle precedenti, che invitavano ad ascoltare, andare e vedere, quali condizioni per una buona comunicazione. Il cuore muove all’accoglienza, al dialogo e alla condivisione, innescando una dinamica che Papa Francesco definisce come parlare secondo verità nella carità.
Non dobbiamo temere, infatti, di proclamare la verità, anche se a volte scomoda, ma di farlo senza amore. Il programma del cristiano è un cuore che vede e che con il suo palpito rivela la bellezza del nostro esistere e che, per questo, va ascoltato. Avviene, così, il miracolo dell’incontro.
Agli operatori della comunicazione, che con frettolose parole scrivono la prima bozza della storia, viene chiesto più tempo per pensare, proprio quando la notizia preme e non si può perdere un minuto.
Deve starci a cuore un giornalismo che non fomenti lo scontro e la divisione, ma sia fattore di bene comune, avventurandoci in una cultura dell’incontro, a volte carico di incognite. Fermarsi presso qualcuno per conoscerlo, ascoltarlo, scoprire come vive, comporta tempo e pazienza, osservazione e condivisione. E oggi, tutto questo è messo in discussione dalla mobilità, dal bisogno di collezionare esperienze che non sempre favoriscono rapporti sereni e duraturi.
In un periodo storico segnato da polarizzazioni e contrapposizioni, l’impegno per una comunicazione dal cuore e dalle braccia aperte è responsabilità di ognuno, che contribuisce alla vita e al clima morale in bene o in male. Nel cuore passa il confine tra il bene e il male e nessuno deve sentirsi in diritto di giudicare gli altri, ma piuttosto ciascuno deve avvertire il dovere di migliorare se stesso. Noi non siamo degli spettatori, ma degli attori e nel bene come nel male il nostro comportamento ha un influsso sugli altri. Penso all’individualismo consumista che provoca molti soprusi. Gli altri si trattano spesso come fastidi e l’aggressività aumenta. Ciò si accentua e arriva a livelli esasperanti nei periodi di crisi, nei momenti difficili, quando emerge lo spirito del “si salvi chi può”.
Eppure, siamo chiamati ad essere riflessi della gentilezza di Dio. Essa esprime uno stato d’animo non duro ma benevolo, che sostiene e conforta. La persona che possiede questa qualità aiuta gli altri affinché la loro esistenza sia più sopportabile, soprattutto quando portano il peso dei problemi, delle urgenze e delle angosce. È il modo di trattare gli altri che si manifesta in diverse forme: come gentilezza nel tratto, attenzione a non ferire con le parole o con i gesti, tentativo di alleviare il peso degli altri. Cerchiamo parole di incoraggiamento che confortano, danno forza, consolano, invece di parole che umiliano, rattristano, irritano e disprezzano. Facciamone esperienza nella convivenza civica, dove la gentilezza non è solo questione di galateo, ma un vero e proprio antidoto alla povertà, che purtroppo intossica le relazioni. Ne abbiamo bisogno nell’ambito dei media, perché la comunicazione non fomenti un livore che genera rabbia, ma aiuti le persone a riflettere pacatamente con stile rispettoso sulla realtà in cui si vive.
Abbiamo, infatti, un compito, o meglio una missione, tra le più importanti nel mondo di oggi: quella di informare correttamente, offrendo una versione dei fatti aderente alla realtà e sentendoci gli uni custodi degli altri.
Ringrazio di cuore il carissimo don Domenico Bruno e coloro che hanno collaborato alla stesura del presente testo, augurando una lettura piacevole, istruttiva e stimolante.
Affidiamoci a San Francesco di Sales, esempio luminoso del parlare con il cuore, ricordando un invito che soleva ripetere: «Bisogna avere un cuore capace di pazientare; i grandi disegni si realizzano solo con molta pazienza e con molto tempo».
mons. Vincenzo Pelvi
Presidente della Commissione per la cultura e le comunicazioni sociali della CEP
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